Attraversare l’Uzbekistan è un po’ come ritrovarsi immersi nell’atmosfera delle Città Invisibili di Italo Calvino. Realtà e fantasia danzano su un filo ballerino, sopra e sotto si invertono, parole che creano mondi e mondi che si sottraggono a racconti univoci. Il contrasto fra immense distese semidesertiche, giardini rigogliosi quanto segreti, città che spuntano all’improvviso e stupiscono di decori luminosi. 

La memoria onnipresente di Tamerlano, il condottiero che attraversò mezza Asia, sottomise popoli, mise a ferro e fuoco decine di città, e, contemporaneamente, nutrì una civiltà ricca e profonda. Tamerlano che alcuni descrivono come rozzo e analfabeta, altri come un mecenate illuminato. Crudele quanto visionario, sempre al limite fra genio e distruzione. L’Uzbekistan è un po’ così. 

Ci troviamo al centro dell’Asia, su uno snodo importante dell’antica Via della Seta. Tutto parla di atmosfere da ex Repubbliche Sovietiche insieme a misteri da caravanserraglio, un micromondo fatto di pensieri, culture e storie ereditate da ogni dove. Te ne accorgi arrivando a Samarcanda, la più antica città UNESCO della regione, statica e al contempo caotica. Il maestoso Registan ti sovrasta con le sue tre mederse di bellezza immobile mentre la piazza intorno brulica di vitae e il bazar Siab ti investe di profumi. 

Te ne accorgi a Bukhara, quando il canto del muezzin si leva dai minareti e ti invita a partecipare alla vita, qui, al centro del mondo. Te ne accorgi a Khiva, la cittadella meglio conservata della Via della Seta, o a Shakhrisabz, le cui rovine lasciano solo immaginare quanto dovesse essere grandiosa, un tempo, la città natale di Tamerlano. Di nuovo una città invisibile, una fiaba d’Oriente, mercanti e soldati. Indimenticabile Uzbekistan. 

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